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La crisi della famiglia in Europa-seconda parte
Melina, Livio, 1952-
Melina, Livio, 1952-
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CrisifamigliaII_2008.pdf
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"Se ogni venticinque secondi in Europa c'è un aborto, che fa più vittime delle malattie di cuore, delle malattie cardiovascolari, degli incidenti stradali, e dei suicidi; se in Europa, la crescita naturale della popolazione è di poco superiore all'1,1%; se i divorzi, negli ultimi 15 anni, sono aumentati del 50%, coinvolgendo 21 milioni di figli, qualcuno ha fallito. E' il risultato, prodotto di alcuni decenni di "cultura" laicista europea, che asseconda le dinamiche umane, invece di contenerle e di governarle. Come dovrebbe essere suo compito, per rispondere al bene comune, che non è una categoria astratta, ma molto concreta, che fa parte, o che dovrebbe far parte, del vissuto di una collettività. Occuparsi del bene comune, significa non ignorare il piano dell'etica e della morale, come piano dal quale non si può prescindere, se si vuole fare servizio ad una comunità. L'aborto, il divorzio, sono considerati dalla politica europea dei fenomeni sociali. Strumentalmente. Si registrano come tali e si interviene con le leggi. La politica utilizza i fatti di vita e ne fa strumento di politica. Le conseguenze? Basta leggere le statistiche. Le donne europee che non fanno più figli. L'uso e il consumo dell'attività sessuale senza amore, tanto c'è l'aborto che può riparare. La dissoluzione del matrimonio. La cultura della vita e della dignità della persona umana ignorate. Sul matrimonio, la politica non favorisce la promozione della famiglia e la sua difesa, ma acconsente che le leggi istitutive del divorzio si occupino e registrino un fenomeno sociale, senza proporre e promuovere campagne a difesa dell'istituto matrimoniale e per la natalità, che è uno dei problemi centrali del terzo millennio, contro tutte le truffe sull'esplosione demografica che sono state propinate nel corso degli ultimi vent'anni dalle organizzazioni internazionali. Sull'aborto, la politica dice che se non ci fossero le leggi che lo regolamentano, ci sarebbe un numero altissimo di aborti clandestini. La politica, sceglie, dal suo punto di vista, il male minore, quello dell'aborto non clandestino, non soffermandosi minimamente sulla difesa del bene vita. Se l'aborto è un male in sé, è questo che dovrebbe essere insegnato, se si vuole difendere la cultura della vita. Il "riparo" della politica è legittimare le scelte individualiste più sfrenate, che blandisce. E' anche "comodo" agire così. Solo che agendo così, non vengono preservati il diritto alla vita e la dignità del vivere, che non sono salvaguardati come beni in sé, per tutti e per ciascuno, ma sono, di volta in volta, bilanciati con l'interesse di terzi, della maggioranza. Si consuma una sorta di dominio dell'utilitarismo. Quel che serve, va conservato, quel che non serve, anche l'essere umano, va gettato via e si introduce nella coscienza collettiva - che tende ad essere annullata - un elemento di formidabile pericolosità intellettuale e civile, che stravolge il concetto stesso di bene comune, che viene inteso come sommatoria dei beni individuali. Io, come individuo, posso anche essere annullato, purché rimanga o aumenti un interesse di un maggior numero di persone. Pensiamo alla diagnosi prenatale, che è diventato strumento selettivo sulla natalità o all'eutanasia. Nella vita associata, che è definita dalle regole e dai principi che una politica attenta alla morale si dà, è compito di ciascuno salvaguardare il bene della vita di ciascuno e questo bene costituisce il principio. Tutti gli altri beni, anche quelli apparentemente più utili socialmente, rimangono, rispetto ad esso, in secondo piano. Governare la complessità del fenomeno umano, in realtà, è molto difficile e richiede, soprattutto, fare i conti con il piano dell'etica e della morale. Il 5 aprile 2008, il Santo Padre Benedetto XVI ha affermato che l'interruzione della gravidanza e le separazioni coniugali, sono circondate nel dibattito da una "specie di congiura del silenzio". Dovrebbero far riflettere queste parole soprattutto quei politici europei che non considerano le vittime delle loro scelte su quelli che ritengono essere solo dei fenomeni sociali: il concepito che viene gettato via con l'aborto, i bambini che subiscono le rotture matrimoniali. Sono, questi, gli effetti di una politica che non sa e non vuole trattare i fatti di vita utilizzando il piano dell'etica. Una politica europea che, proprio perché non sorretta dalla morale e dall'etica, non sa affrontare i problemi più drammatici che vive la famiglia europea, quello della crisi della natalità, del mancato ricambio generazionale e dell'invecchiamento della popolazione. Questi problemi europei, per essere compresi fino in fondo, devono essere inquadrati nel contesto di quel che è avvenuto ed ancora avviene nel mondo negli ultimi decenni."
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Date
2008-04-28
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